Era un [tempo] lontano, nel passato o nel futuro non è dato saperlo ma facciamo nel passato perché ormai ho detto ‘era’, e l’un tempo ridente Regno di Romagna era da qualche anno caduto sotto la dominazione d’un tiranno spregevole, feroce, che terrorizzava ed affamava il popolo per il solo gusto di farlo, si divertiva a girare le tartarughe sul guscio ed aspettare che morissero (cit.) e, presumibilmente, tifava il Rimini.
Nessuno ormai ricordava come Poerio, il tiranno, avesse preso il potere ma nessuno riusciva a dimenticare qual’era stata la prima cosa fatta una volta autoproclamatosi “Re e più sborone della Romagna tutta”: aveva fatto sequestrare ogni piadina (impasti già pronti compresi) e ne aveva vietato la produzione, pena la morte; aveva poi fatto costruire una gigantesca teglia, la più grande mai vista, e l’aveva usata per bruciare tutta la piadina.
Nelle menti di tutti era ancora vivo l’odore acre della piada che si anneriva e le lacrime delle donne inconsolabili, che la teglia l’avrebbero dovuta pulire loro.
E la piada, quando brucia, si sa, si attacca.
La mancanza di piadina aveva lasciato la popolazione inebetita e incapace di ribellarsi.
Poerio aveva scelto come reggia la Rocca Malatestiana di Santarcangelo poiché, come lui stesso proclamò: “è figo, e poi lo sapete quant’è che vengon le case, lassù”.
Poche centinaia di metri più in là, vicino alla piazza, in una casetta con due camere, bagno, cucina, salotto, soffitta abitabile, posto auto, ampio giardino, telefonare ore pasti, abitavano Nives e Luigi, due anziani: lei azdora, lui muratore.
Quando gli scagnozzi di Poerio gli erano entrati in casa per il sequestro della piada lei era stata lesta ad infilarsene una mezza ancora tiepida nel grembiule; lui, che invece era abbastanza rincoglionito, s’era preso anche una portata in faccia.
Il mattino dopo, mentre il marito faceva un lavoretto di riparazione al muro, Nives si avvicinò all’arco, simbolo cittadino, e disse “Luigi, vieni un attimo qui!” e quando Luigi obbedì aggiunse “dì, butta un po’ di cemento lì”
“Cosa sei scema? che se ci vedono i vigili..”
“Dai, cuniè niseun, movti” (che non c’è nessuno, muoviti)
“Cì imbariega?” (sei ubriaca?) domandò Luigi, mentre con la pala buttava il cemento fresco contro una delle basi dell’arco.
Ma Nives non lo ascoltava più. Estrasse la mezza piada dal grembiule, la alzò un momento al cielo con le vecchie mani ossute e proclamò solenne “quello che estrarrà questa piada da questa roccia sarà il prescelto che ci libererà da ‘sto stronzo” e piantò la saporita mezzaluna nel cemento, lasciandone emergere solo un angolo.
“Ci imbariega” sentenziò Luigi, poi aggiunse “e non è neanche una roccia, è una gettata di cemento”
“Va bon, ma ‘La Spada Nella Gettata Di Cemento’ che cazzo di titolo è?” lo zittì la Nives.
In breve la storia si diffuse e tutti gli uomini più forti della Romagna accorsero all’ombra dell’Arco a tentar di estrarre la piadina ma nessuno vi riusciva.
Qualcuno suggerì di spaccare il cemento a martellate ma la Nives avvertì “Vè che poi se rovinate l’arco con quelli dei beni culturali son cazzi. E poi non intendevo così” e l’idea fu abbandonata.
Tutti pensarono che l’impresa fosse impossibile e la Nives una testa di cazzo, metter la piada nel cemento, tanto valeva che la regalasse. Nessuno osava più avvicinarsi alla piada, anche perché c’erano un sacco di formiche.