Più dettagli! #2

“Più dettagli”, la rubrica dei fatti di cui non frega un cazzo a nessuno.

L’altro giorno, a causa di due fattori che influenzano o hanno influenzato la maggior parte delle nostre vite e su cui purtroppo non abbiamo il necessario potere d’intervento, cioè “la sfiga” e “trenitalia” (o come cazzo si chiama adesso), mi sono trovato a trascorrere un’ora abbondante alla stazione di Forlì.

Forlì non è di per sé una brutta città, ci sono posti in Italia ben più degradati, sporchi, pericolosi e malfrequentati: basti pensare a Scampia, Trento o la figa di Sara Tommasi.

Forlì, anzi, è piuttosto pulita e ben conservata, però sembra che la gioia di vivere e l’allegria se ne siano andate anni fa sbattendo la porta e adesso reclamino pure gli alimenti. Devo però ammettere che il mio giudizio sulla città possa essere influenzato dal sapere che porcaputtana avrei dovuto essere a Bologna molto prima, ché c’era gente ad attendermi, e dal fatto che Forlì è la città in cui mi perdo più facilmente, e quindi mi fa incazzare. Ci sarò stato in auto una decina di volte e otto di queste credo di essermi perso. Penso che la causa risieda, oltre che nella mia mancanza di senso dell’orientamento, nella cattiva gestione degli spazi perpetrata dalle varie amministrazioni che si sono succedute alla guida della città.
Se dovessi scrivere un libro su Forlì lo chiamerei proprio così: “FORLÌ – cattiva gestione degli spazi perpetrata dalle varie amministrazioni che si sono succedute alla guida della città”. Poi nella prima pagina scriverei “vaffanculo” e il resto lo lascerei in bianco.

A Forlì sembra che tutto – le strade, i palazzi, le ragazze – sia più ampio di quanto necessario. Non è facile quantificare con precisione l’enorme entità dello spreco, ma se il cemento e l’asfalto fossero l’emancipazione femminile, Forlì sarebbe Memorie di una vagina.

Inoltre le stazioni mi mettono sempre addosso quel misto di ansia e tristezza che credo proverei soltanto se scopando con la mia ragazza mi accorgessi della presenza, nella tv dimenticata accesa, di Bruno Vespa e dei suoi ospiti che mi fissano in silenzio.
Poiché era sabato c’era pure l’edicola chiusa e io non ero stato abbastanza previdente da portarmi un libro, quindi sono rimasto un’ora seduto sul bel viale di epoca fascista a bere red-bull calda, fumare e osservare quello che non succedeva intorno a me. Dopo una ventina di minuti ero sorpreso che i piccioni non si gettassero piangendo sotto le poche auto di passaggio, poi ho pensato che magari vogliono vivere abbastanza da cagare in testa al forlivese adottivo Nicholas Farrell.

Sono salito sul treno pensando “la prossima volta me la faccio in macchina”, ma mentivo, mi perderei a Bologna.

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