Più dettagli! #3

“Più dettagli”, la rubrica dei fatti di cui non frega un cazzo a nessuno.

Fermatomi al bar per pranzo, ché ero in giro per motivi di lavoro (!), stavo iniziando a mangiare le mie mezzelune agli asparagi (che non mi piacciono, ma mi piace l’odore dell’urina nel resto della giornata) pregustando la tranquillità della solitudine accompagnata dalla lettura dei quotidiani. Purtroppo una famiglia nonna-padre-madre-bambina ha pensato che fosse una buona idea occupare il tavolino accanto al mio. E vabbè. Però, se la vostra cazzo di bambina strilla tutto il tempo, io mi aspetto da voi almeno che la richiamiate all’ordine, se proprio non disponete di corda e bavaglio regolamentari. Invece no: genitori che se ne sbattono bellamente il cazzo e nonna che le fa la cronaca del cartone che la bambina sta guardando sul cazzo di iPad, combattendo in volume con la radio del bar, il sonoro del cartone stesso e le urla della bambina (a parte che trovo la cosa ridicola di per sé, che cazzo ti porti il tablet per farle vedere i cartoni se la piccola stronza urla comunque?). Io poi amo tutte le categorie in gioco, cioè vecchi, bambini e genitori disattenti, ma a patto che siano nel loro habitat naturale, rispettivamente: i ricordi dei propri cari, le fail compilation e il 41 bis. Colgo comunque l’occasione per ricordarvi che la sovrappopolazione è un problema di estrema gravità, vi invito quindi al sesso protetto o, quantomeno, a venire nei muri.

Più dettagli! #2

“Più dettagli”, la rubrica dei fatti di cui non frega un cazzo a nessuno.

L’altro giorno, a causa di due fattori che influenzano o hanno influenzato la maggior parte delle nostre vite e su cui purtroppo non abbiamo il necessario potere d’intervento, cioè “la sfiga” e “trenitalia” (o come cazzo si chiama adesso), mi sono trovato a trascorrere un’ora abbondante alla stazione di Forlì.

Forlì non è di per sé una brutta città, ci sono posti in Italia ben più degradati, sporchi, pericolosi e malfrequentati: basti pensare a Scampia, Trento o la figa di Sara Tommasi.

Forlì, anzi, è piuttosto pulita e ben conservata, però sembra che la gioia di vivere e l’allegria se ne siano andate anni fa sbattendo la porta e adesso reclamino pure gli alimenti. Devo però ammettere che il mio giudizio sulla città possa essere influenzato dal sapere che porcaputtana avrei dovuto essere a Bologna molto prima, ché c’era gente ad attendermi, e dal fatto che Forlì è la città in cui mi perdo più facilmente, e quindi mi fa incazzare. Ci sarò stato in auto una decina di volte e otto di queste credo di essermi perso. Penso che la causa risieda, oltre che nella mia mancanza di senso dell’orientamento, nella cattiva gestione degli spazi perpetrata dalle varie amministrazioni che si sono succedute alla guida della città.
Se dovessi scrivere un libro su Forlì lo chiamerei proprio così: “FORLÌ – cattiva gestione degli spazi perpetrata dalle varie amministrazioni che si sono succedute alla guida della città”. Poi nella prima pagina scriverei “vaffanculo” e il resto lo lascerei in bianco.

A Forlì sembra che tutto – le strade, i palazzi, le ragazze – sia più ampio di quanto necessario. Non è facile quantificare con precisione l’enorme entità dello spreco, ma se il cemento e l’asfalto fossero l’emancipazione femminile, Forlì sarebbe Memorie di una vagina.

Inoltre le stazioni mi mettono sempre addosso quel misto di ansia e tristezza che credo proverei soltanto se scopando con la mia ragazza mi accorgessi della presenza, nella tv dimenticata accesa, di Bruno Vespa e dei suoi ospiti che mi fissano in silenzio.
Poiché era sabato c’era pure l’edicola chiusa e io non ero stato abbastanza previdente da portarmi un libro, quindi sono rimasto un’ora seduto sul bel viale di epoca fascista a bere red-bull calda, fumare e osservare quello che non succedeva intorno a me. Dopo una ventina di minuti ero sorpreso che i piccioni non si gettassero piangendo sotto le poche auto di passaggio, poi ho pensato che magari vogliono vivere abbastanza da cagare in testa al forlivese adottivo Nicholas Farrell.

Sono salito sul treno pensando “la prossima volta me la faccio in macchina”, ma mentivo, mi perderei a Bologna.

Ha coppe.

Una delle cose meravigliose dell’insonnia è che, se ti addormenti prima della mezzanotte, alle 3 del mattino puoi imbatterti, mentre mangi un panino raffermo di McDonalds avanzato dalla sera prima, in immagini tipo queste

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e rivalutare il panino.

L’immagine, al momento in cui la vedo io, nel post che ha avuto più feedback, vanta 510 mi piace ma ben 3439 condivisioni. Calcolando per difetto 2 like per ogni condivisone e sgrammando quanti l’hanno postata solo per deriderla, le persone che hanno preso sul serio ‘sta cosa possono essere calcolate approssimativamente in “un mare di idioti”.

Approfondisco e scopro che l’immagine proviene dal gruppo “Questa è L ‘ Italia”, scritto così, e allora inizio quasi a convincermi della sua bontà, perché effettivamente questa è l’Italia: un paese incapace di usare correttamente gli spazi in presenza di punteggiatura.

Poi vedo questa:

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Si tratta dell’immagine di copertina del gruppo. Inizio anche io a indignarmi, a provare repulsione nei confronti dei politici. Mi chiedo: perché nessuno dei ‘partiti che votiamo da 20 anni’™ ha fatto qualcosa affinché chiunque venga sorpreso a realizzare questo tipo di obbrobri grafici sia condannato a una pena detentiva tra i 5 e gli 8 anni?
L’utilizzo della maschera di V per Vendetta si potrebbe ormai considerare un’aggravante.

Addentrandomi negli angoli oscuri rappresentati dai “mi piace” della pagina, oltre all’esistenza di pagine regionali di “Questa è L ‘ Italia”, scopro, con una sorpresa pari a quella di chi aprendo un barattolo di mais ci trova dentro del mais, che i riferimenti “””culturali””” sono vari e incoerenti. Si va dall’immancabile Marco Travaglio a un incolpevole Massimo Troisi, dal Movimento dei Forconi a Indignados Italia, si passa per i caps lock di “DONNE COMUNISTE SENZA PAURA”, “E ADESSO CI SIAMO PROPRIO ROTTI” e – brrr – “ONORE E RISPETTO” per giungere fino a “Lo Zoo di 105” e “Colpisci e buttami a terra,ma appena mi rialzo,inizia a scappare;” (testuale).

Collante del tutto, ovviamente, il padre della rivoluzione di plastica, il che guevara (minuscolo) dell’italiano medio, nel senso di mediocre: Beppe Grillo.

Si tratta ovviamente solo di una pagina facebook, e neanche delle più seguite, ma mi sembra una perfetta sintesi di quel che sono questo tipo di “rivoluzionari”. Sono il nulla elevato a qualcosa, sono quelli che sbraitano al bar e finiscono a picchiarsi per argomenti di cui non sanno nulla, sono coloro che hanno bisogno che qualcuno gli dia soluzioni e slogan di cui riempirsi la bocca senza neanche aver centrato la natura dei problemi che vorrebbero risolvere, sono quelli che credono a tutte le cazzate che leggono in rete, specie se scritte in stampatello maiuscolo su jpg a bassa definizione colorate da qualcuno che ha ‘epilessia’ in cima alla lista dei propri hobby.

E quando la cazzata è quella secondo cui Equitalia pignorerebbe cani e gatti, abbiamo l’esempio di quanto siano pericolosi grazie a CuccioloeScimmiettina Momo Tenerone:

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La cosa che non posso perdonare, a questi rivoluzionari 2.0, è l’aver irrimediabilmente associato sentimenti sacrosanti come l’insoddisfazione vers0 una classe politica insufficiente, l’indignazione verso la corruzione diffusa e la voglia di un reale cambiamento in adorazione personalistica e fede indiscriminata in un movimento reazionario.

Lo stesso Rodotà, fino a ieri additato a casta e super-pensionato, è di colpo diventato il miglior candidato possibile, a dimostrazione che il leader può dire tutto e il contrario di tutto. Se prima il suo nome circolava solo nell’ambiente di sinistra – io stesso me lo auguro da anni come PDR e sono il primo a criticare il pd per quanto successo – le misteriose quirinarie grilline lo hanno fatto diventare, dopo il rifiuto della Gabanelli e Strada, il candidato che non si poteva non votare, a costo di non fare eleggere nessuno dei nomi nella lista (cosa che rende ancora più evidente quanto si trattasse di un calcolo politico nella peggiore definizione del termine, come sempre). Ciò apparirebbe ancora più ridicolo se venisse confermato che il terzo posto di Rodotà è stato ottenuto con poco più di 200 voti e immaginando di conseguenza quale potesse essere la differenza con i voti ricevuti da Prodi, giunto nono.

Domenica, mentre la già precaria credibilità del PD si logorava ulteriormente sotto il peso delle proprie spaccature interne ed erano proprio gli elettori di centrosinistra a incazzarsi, il comico-fascistello cui questi “””rivoluzionari””” consegnerebbero per acclamazione il paese se fossero davvero in grado di farla, la rivoluzione, parlava di “golpe” ed evocava la piazza, salvo poi fare una mezza retromarcia. A parte che l’unico golpe (bianco) verificatosi recentemente in Italia è probabilmente la corruzione che ha determinato la caduta del governo Prodi, mettere la rivoluzione in mano a questa gente significherebbe sostituire un sistema senz’altro malato con uno peggiore, fatto di impreparazione, leaderismo, rifiuto della scienza e basato sull’errata convinzione che tutti abbiano il diritto di esprimersi su qualunque cosa o, almeno, sul far credere che sia così.

Per capirci, se i vecchi partiti fossero l’ex marito che dimenticava il vostro anniversario e non ti dava attenzioni, Beppe Grillo sarebbe il tuo nuovo ragazzo che ti picchia e poi ti vende un dvd in cui ti insegna a non ripararti il volto con le braccia quando ti prende a pugni.

Ma mi raccomando, il 21 Giugno tutti a fare la rivoluzione.
“Chi lo desidera porti pure il bastone”.

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Tnx to mrs. free

Dopo aver passato la notte e la mattinata a fare sesso selvaggio, lunedì, ho visto bene di passare il pomeriggio a dormire, anche perché in serata mi aspettava uno degli ultimi turni del campionato Sfigatissimi di calcio a undici, cui partecipo in qualità di catarroso centrocampista.
Ora qualcuno forse si chiederà “lavorare niente?” mentre altri si staranno interrogando sulla veridicità delle mie doti di amatore. Se ai primi rispondo cordialmente “fatevi i cazzi vostri”, coi secondi devo ammettere che quando dico “sesso selvaggio” intendo “giocare a candy crush saga piangendo al buio e poi andare a prendere mia madre per portarla al pronto soccorso per via di una colica”. Questo tourbillon di emozioni e sudore – più nel piumone che in campo, a dirla tutta – mi ha tenuto lontano da internet e dalla cronaca, così ho appreso soltanto ieri pomeriggio i due fatti drammatici che hanno costituito le notizie di punta durante la mia “assenza”: mi riferisco ovviamente al terremoto in Iran e all’attentato di Boston.

Ogni volta che accadono due fatti del genere c’è qualcuno che accusa i media di non dare uguale (o comunque proporzionata) rilevanza alle due notizie, tacciando i giornali di ipocrisia ed etnocentrismo. Certamente una dinamica che si è verificata, nel corso di anni, ma non in questo caso, almeno secondo me.
Le notizie vengono selezionate e pesate sulla base di regole, dette news values, forse non etiche ma senz’altro razionali, che ne definiscono la notiziabilità. Una semplificazione brutale di alcuni di questi criteri è quella secondo cui in un eventuale disastro una vittima europea equivarrebbe a 28 cinesi, così come 1 minatore gallese equivarrebbe a 50 pakistani. Si tratta però appunto di una semplificazione, che così esposta darebbe adito a facili accuse di razzismo ed etnocentrismo, mentre a determinare le proporzioni sono altri fattori, altre values (è bene sottolinearlo, correlate e agenti l’una sull’altra), legate principalmente a quello che è l’interesse del pubblico nel leggere una notizia, alla gerarchia e alla vicinanza dei soggetti interessati (la vicinanza culturale è spesso preminente su quella geografica) e agli esiti futuri che la notizia potrebbe determinare.

Trovo quindi razionale il comportamento dei media, meno quello di chi corre alla propria bacheca facebook per mostrare al mondo quanto sia sensibile, ma solo – in questo caso – con la propria sensibilità a stelle e strisce, perché ok che i media influenzano la audience, ma le due cazzo di notizie le abbiamo lette o ascoltate tutti. Sinceramente credo sia più genuino il dolore di quelli che quando accade una tragedia vorrebbero fare la battutona brillante e – cazzo – non gli viene.

Tanta ipocrisia l’ha descritta benissimo Chiara:

3 morti a boston, ducentomilamilioni di post con preghiere e sentimenti di vicinanza e siamo tutti americani. Terremoto del porco demonio in Iran, con un bilancio di vittime che potrebbe essere pazzesco e, vabbè, niente, chi cazzo vuole essere iraniano.

La scusa peggiore che ho letto era tipo “ma perché quello che è accaduto negli Stati Uniti è stato fatto da delle persone, mentre quel che è successo in Iran è dipeso dalla natura”.
A parte che se state a pregare per i morti la colpa la potete dare a Dio e fargli sapere che è una testa di cazzo, l’unico modo per dimostrare con esattezza quanto quella scusa sia una stronzata è la contemporaneità in tempi brevi di un attentato in Iran e di un bel terremoto negli Stati Uniti.
Non so voi, ma io ci tengo a dimostrare le mie teorie, quindi sto pregando Dio affinché organizzi il tutto per l’inizio della settimana prossima.

Più dettagli! #1

“Più dettagli”, la rubrica dei fatti di cui non frega un cazzo a nessuno.

Ieri pomeriggio ho lasciato che alcune parole che si concludono con la a accentata, tra le quali eterosessualità e dignità, uscissero dalla mia vita sbattendo la porta. Ovvero: nel giro di poche ore sono andato in palestra e ad acquistare una sigaretta elettronica. La sigaretta elettronica è abbastanza gustosa, pure troppo. Praticamente è così gustosa che dopo che ti fai una fumata hai voglia di una sigaretta. Comunque la fumo solo in casa quando non c’è nessuno presente, nemmeno il mio cane, per pudicizia. Se mi chiedessero “ti importa più di sembrare un coglione che della tua salute?” risponderei fumando eroina.
Comunque, la spesa complessiva da me sostenuta è stata di circa 110 euro; considerando il mio attuale stipendio, in proporzione, equivale all’acquisto di una villa nel centro di Roma da parte di uno che lavora in un call-center. D’altronde, ho pensato, non ci sono problemi economici che una guerra nucleare non possa risolvere.

In palestra mi sono divertito abbastanza. Sono andato insieme a due amici che già la frequentano. Quando siamo entrati uno di loro mi ha presentato a un armadietto rasato il quale ha preso a fissarmi. Credo stesse deducendo dal mio sguardo la pochezza della mia muscolatura. Poiché nessuno poteva farci una “leone” ho deciso di rompere la tensione presentandomi e mettendo subito in chiaro che soffro di mal di schiena e comunque voglio una scheda leggera e le gambe no grazie, non le faccio, gioco già a calcio. Uno dei primi esercizi è stato sollevare la scheda (due serie da quindici).

Tecniche di sopravvivenza al pranzo pasquale

I pranzi controvoglia con i parenti sono prove cui siamo sottoposti più o meno tutti, e trovano le loro massime espressioni in occasione di Natale e Pasqua. Superata la fase, comune a molti, della ribellione adolescenziale durante la quale si cercavano escamotage per evitarli, subentra generalmente una sorta di rassegnazione dettata dall’accettazione del proprio ruolo di adulti e dal fatto che abbuffarsi come troie in una gangbang, specie se il menù è diverso da quello di una gangbang, piace un po’ a tutti.

Perché si possa quindi superare nel migliore dei modi il pranzo pasquale – per vicinanza temporale prendiamo in esame quello – ho elaborato alcune tecniche.

Tecnica Prime Uve
Quante volte avete detto, senza magari poi tener fede al vostro proposito “stasera non bevo, domani ho i parenti”? Non bere? Nulla di più sbagliato. Certo, andare a letto presto e in condizioni accettabili significa svegliarsi per tempo e non doversi trascinare a tavola annaspando penosamente, ma taglia alcuni vantaggi da non sottovalutare.
Innanzitutto la sofferenza vi porta a mantenervi concentrati sull’obiettivo secondario, cioè mangiare senza ubriacarsi, cosa che potrebbe portarvi ad atteggiamenti troppo brillanti di cui vi pentireste al prossimo incontro con i parenti, e su quello primario, uscirne vivi e in tempi non biblici. Non va tralasciato neanche il mal di testa da hangover, capace di macinare tutta la merda che vorreste evitare (lo zio neogrillino, la cugina che si sposa e quella vegana che caga il cazzo per via dell’agnello, i bambini che frantumano il cazzo e così via) in un unico – seppur fastidioso – indistinto e lontano brusio. Inoltre un colorito tra il beige e il ‘ghiaia’ vi offre la possibilità di giustificare con “sto poco bene” il vostro mutismo e un’eventuale fuga prima del tempo. Sapete che qualche zio proverà a venire a vedere il vostro bluff con “fatto tardi ieri sera, eh?”, ma voi mentite sfacciatamente e dite di esservi addormentati alle 11.
Se non ve la sentite di mentire, addormentatevi davvero alle 11 (ma di mattina) dopo esservi impasticcati a qualche after.

Tecnica Kossiga
Da usarsi specialmente se non temete per la vostra reputazione presso i parenti o se la casa in cui ci si è riuniti è la vostra e non vedete l’ora di liberarla.
L’obiettivo è creare tensione sociale. Intromettetevi in qualunque discorso con la delicatezza di un’entrata di Materazzi: trattate lo zio grillino come un essere inferiore geneticamente, la cugina vegana come un’illusa idealista (mentre vi riempite le fauci di gustosissimo agnello) e liquidate velocemente quella che si sposa con considerazioni sprezzanti sull’inattualità e l’inutilità del matrimonio, non disdegnando aneddoti su matrimoni finiti malissimo e tradimenti. Se qualcuno, per allentare la tensione, prova a portare il discorso su argomentazioni più facete, zittite la tavolata intera con “smettiamola di parlare di queste cretinate”.
Anche vostra madre non vedrà l’ora di andarsene, ma verrete bollati come la testa di cazzo che effettivamente siete.
Per questo esiste la ‘variante servizi segreti’, ma richiede maggiore concentrazione e un discreto allenamento nei bar del circondario (dai quali, se scoperti, verrete allontanati a bottigliate). La finalità è la stessa ma la tecnica è più raffinata: si tratta sostanzialmente di mettere i parenti l’uno contro l’altro, senza che questi se ne accorgano. I campioni di questa tecnica, con l’aiuto di poche frasette buttate lì come fossero neutrali e superpartes, possono godersi le discussioni che si fanno più accese mentre degustano i cappelletti in brodo, e sorseggiare un amaro, senza che tra questi due momenti intercorrano tre o quattro ore, facendo magari anche la figura dei pacieri. Se siete attori consumati potete anche salutare con aria paternalistica e dispiaciuta i parenti che se ne vanno frettolosamente, invitandoli alla pace in nome dell’unione familiare.

Tecnica Vic Mackey
Si tratta di creare imbarazzo e rabbia all’interno di uno o più nuclei familiari piazzando prove che ne sputtanino almeno uno dei componenti, in modo che questi accelerino il ritorno a casa per chiarire la questione. Dalla classica macchia di rossetto sulla camicia di uno zio, a indizi su un flirt tra cuginetti. Non esagerate: il vibratore nella borsa della nonna o fotomontaggi che attestino la passione di vostro padre per il sesso interspecie sono un pochino troppo, e potrebbero sfuggirvi di mano le conseguenze. Specie se vostro padre si mette a piangere e confessa tutto.
Consigliatissimo: con una spesa vicina ai 10 euro potete piazzare un paio di grammi di fumo scadente addosso al cugino quattordicenne che vi sta sul cazzo.

In casi estremi
Tecnica MacGyver
Congelate un uovo di Pasqua. Appena i parenti si siedono rompetelo con un martello. Usando i pezzi di cioccolato più acuminati sgozzate i parenti.
Mangiate il cioccolato.

Le donne hanno rotto il cazzo.

Le donne hanno rotto il cazzo.
Davvero.
Logico che io non ho nulla contro le donne in quanto “persone”, d’altronde il 100% delle persone che durante la mia vita mi ha rifatto il letto era di sesso femminile. Ce l’ho con le donne in quanto categoria, come aggregazione, le donne che sentono di essere rappresentanti di un grande universo fatto di persone speciali in virtù di una differenza cromosomica. “Noi donne siamo fatte così”.
“Noi donne”.
Vaffanculo.

Ovviamente penso lo stesso degli uomini che si sentono parte di un grande team solo per il fatto di avere i genitali in comune, ma siamo seri, quante volte nella vostra vita avete sentito dire “noi uomini” rispetto a “noi donne”? Appunto.
Se digiti “noi uomini” nella barra di ricerca di fb, il primo risultato che ti viene suggerito è “Noi uomini quarantenni affascinanti e maturi”, gruppo chiuso di 58 sfigati dediti alla ricerca di scopate tramite social network e fake di ventenni maggiorate, intimamente dispiaciuti di non essersi accasati quando i loro genitori glielo suggerivano.
Se digiti “noi donne” il primo risultato è – sorpresa – “Noi donne”, comunità di TRECENTOOTTANTOTTOMILAETRECENTOSESSANTASEI persone su cui vengono pubblicate puttanate in bassa definizione come questa:

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Mi sfugge perché un ragazzo profondo e imprevedibile dovrebbe schifare calcio, figa e discoteca. Perché dovresti valutare un ragazzo supponendo che quegli interessi ne limitino la persona? Se al tuo ragazzo fa schifo il calcio1 non necessariamente è profondo; probabilmente gli piace un altro sport o non gli piace lo sport: chi cazzo se ne frega?
Se non gli piace la discoteca significa solo che non gli piace andare in discoteca: magari gli piace andare al minigolf, cazzi suoi.
Se non gli piace la figa, beh, forse dovresti rivedere leggermente le tue aspettative nei confronti del vostro rapporto, ma devo ammettere che la sua imprevedibilità è senz’altro maggiore della mia. Per dire, a me non passerebbe mai per la testa di incularmi tuo padre.

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Ma torniamo a noi. Dicevamo. Le donne come individui sono ok. Nel senso: alcune sono persone splendide, alcune sono così così, altre sono mediocri e altre ancora fanno cagare. Esattamente come gli uomini. Indossare il grembiulino rosa all’asilo o dover dire alla propria madre imbarazzata che è ora di acquistare assorbenti extra non sono esperienze che ti doneranno, un giorno, una non meglio specificata sensibilità. Eppure un’alta percentuale di queste tende ad alimentare e specchiarsi negli stereotipi della donna in quanto donna, come se “essere viziati/amati/coccolati” fossero bisogni dovuti al proprio sesso e non piaceri comuni alla quasi totalità degli individui. O la cazzata per cui se le donne governassero il mondo non ci sarebbero le guerre2. Eccetera.

Sarebbe ora che la società [cioè anche noi] la finisse di presentare le donne come esseri che vanno sempre trattati in maniera speciale, con un riguardo particolare, come se fossero indifese e necessitassero venerazione. Per come la vedo io è uno strumento di controllo, un modo per lasciare sempre la donna un gradino sotto, accarezzandole la testa.
E basta anche con la stronzata delle quote rosa o dei partiti che si vantano di quante donne hanno portato in parlamento. Non me ne frega un cazzo di quante donne portate in parlamento, m’interessa quante persone all’altezza ci portate, a prescindere dalla posizione in cui pisciano.
Alle primarie del pd, ad esempio, sui quattro candidati della provincia [due uomini e due donne] si potevano esprimere due voti: uno per un uomo e uno per una donna. Un’ingiustizia. Io avrei voluto essere libero di votare per le due donne o per i due uomini, casomai avessi giudicato che i candidati migliori avessero lo stesso sesso.
Le quote rosa sono una benda, una soluzione facile capace di cambiare le cose solo da un punto di vista numerico, un artificio per dire “visto? la metà sono donne”, mentre la società continua a essere sbilanciata a favore degli uomini.
Gli stipendi più bassi a parità di qualifica, il minore accesso a ruoli dirigenziali, la minore occupazione, la visione della donna come proprietà e la violenza che ne ne consegue [di cui i media si ricordano ogni tanto, quando mancano altri argomenti] non si risolvono con le quote rosa. Secondo me [lo sottolineo, secondo me, in quanto non ho la presunzione di aver capito tutto, anzi] il cambiamento si ottiene operando sulla cultura delle persone, sulla loro educazione, sulla comprensione del fatto che la donna vale esattamente come l’uomo3. Cioè, il più delle volte, pochino.


[1] è frocio.
[2] quando tutti sanno che ogni donna ne dichiarerebbe una al mese.
[3] un panino asap.